martedì 17 luglio 2012

Breve concetto di "drammaturgia"


È raro che al momento adatto si presenti il drammaturgo capace di stare all’altezza della  situazione; e raramente le condizioni del teatro sono favorevoli alla tragedia. Quando la  fusione degli elementi necessari avviene, allora troviamo più di un singolo poeta: Eschilo è seguito da Sofocle ed Euripide; Marlowe da Shakespeare, Jonson e Webster […] Ma queste costellazioni sono splendidi accidenti; sono fenomeni difficilissimi a spiegare.[1]

È così che Steiner designa la strada percorsa dalla drammaturgia successiva a quella classica greca: un percorso discontinuo ed intervallato da momenti di buio tra una luce e l’altra. Quando si parla di “drammaturgia”, infatti, si parla di un fenomeno complesso, difficile da descrivere, perché nasce improvvisamente e fortuitamente dalla fusione tra le capacità del singolo dramaturg e un contesto storico le cui condizioni siano adatte a fargli sviluppare le proprie idee su carta e in scena. Oggi definiamo “drammaturgia” una “scrittura di scrittura teatrale”, ovvero una riscrittura, un riadattamento, una reinvenzione di un testo teatrale. È qualcosa che il pubblico deve riconoscere in scena, poiché già letto o visto, come  un romanzo o un fatto storico. È per questo motivo che il teatro è anche luogo di riconoscimento. In pratica, il dramaturg attinge ad un repertorio ben noto ai suoi spettatori, dopo averne valutato, ovviamente, la tenuta scenica; egli deve infatti selezionare testi dalla lunghezza e dalla complessità adatte, applicando i tagli e le modifiche dovuti. Può, ad esempio, usare più linguaggi contemporaneamente, enfatizzare soltanto alcuni punti, attraverso le luci o la scenografia, oppure guidare gli attori verso una recitazione più lenta o più veloce, in base alle circostanze critiche da lui identificate. Tutto questo processo permette di rinnovare il massaggio contenuto nel componimento originale, adattandolo a climi più attuali, perché, più di tutti, il dramaturg sa come il pubblico cambi, la società si rinnovi e le mentalità mutino, quindi cerca subito di comprendere quali siano le nuove correnti di pensiero e come sostenerle o schernirle, sulla base delle proprie convinzioni. Meldolesi e Molinari danno una metaforica ma chiara definizione di “dramaturg”, paragonando il teatro ad una ruota: il dramaturg sarebbe l’«addetto al buon funzionamento delle ruote teatrali ovvero a favorire la loro disposizione a connettere la scena, il testo o partitura e gli spettatori»[2].


[1] Giuliana Scudder, Morte della tragedia, Milano, Garzanti, 2005, p. 94 (ed. orig. George Steiner, The Death of Tragedy, New Haven, Yale University Press, 1980)
[2] Claudio Meldolesi, Renata M. Molinari, Il lavoro del dramaturg  Nel teatro dei testi con le ruote, Milano, Ubulibri, 2007,  p. 14