È raro che al momento
adatto si presenti il drammaturgo capace di stare all’altezza della situazione; e raramente le condizioni del
teatro sono favorevoli alla tragedia. Quando la
fusione degli elementi necessari avviene, allora troviamo più di un
singolo poeta: Eschilo è seguito da Sofocle ed Euripide; Marlowe da
Shakespeare, Jonson e Webster […] Ma queste costellazioni sono splendidi
accidenti; sono fenomeni difficilissimi a spiegare.[1]
È così che Steiner designa
la strada percorsa dalla drammaturgia successiva a quella classica greca: un
percorso discontinuo ed intervallato da momenti di buio tra una luce e l’altra.
Quando si parla di “drammaturgia”, infatti, si parla di un fenomeno complesso,
difficile da descrivere, perché nasce improvvisamente e fortuitamente dalla
fusione tra le capacità del singolo dramaturg e un contesto storico le cui
condizioni siano adatte a fargli sviluppare le proprie idee su carta e in
scena. Oggi definiamo “drammaturgia” una “scrittura di scrittura teatrale”,
ovvero una riscrittura, un riadattamento, una reinvenzione di un testo
teatrale. È qualcosa che il pubblico deve riconoscere in scena, poiché già
letto o visto, come un romanzo o un
fatto storico. È per questo motivo che il teatro è anche luogo di
riconoscimento. In pratica, il dramaturg attinge ad un repertorio ben noto ai
suoi spettatori, dopo averne valutato, ovviamente, la tenuta scenica; egli deve
infatti selezionare testi dalla lunghezza e dalla complessità adatte,
applicando i tagli e le modifiche dovuti. Può, ad esempio, usare più linguaggi
contemporaneamente, enfatizzare soltanto alcuni punti, attraverso le luci o la
scenografia, oppure guidare gli attori verso una recitazione più lenta o più
veloce, in base alle circostanze critiche da lui identificate. Tutto questo
processo permette di rinnovare il massaggio contenuto nel componimento
originale, adattandolo a climi più attuali, perché, più di tutti, il dramaturg
sa come il pubblico cambi, la società si rinnovi e le mentalità mutino, quindi
cerca subito di comprendere quali siano le nuove correnti di pensiero e come
sostenerle o schernirle, sulla base delle proprie convinzioni. Meldolesi e Molinari
danno una metaforica ma chiara definizione di “dramaturg”, paragonando il
teatro ad una ruota: il dramaturg sarebbe l’«addetto al buon funzionamento
delle ruote teatrali ovvero a favorire la loro disposizione a connettere la
scena, il testo o partitura e gli spettatori»[2].
[2] Claudio Meldolesi, Renata M. Molinari, Il lavoro del dramaturg Nel teatro dei testi con le ruote, Milano,
Ubulibri, 2007, p. 14